“In piena facoltà egregio presidente le scrivo la presente che spero leggerà. La cartolina qui mi dice terra terra di andare a far la guerra quest’altro lunedì. Ma io non sono qui egregio presidente per ammazzar la gente più o meno come me. Io non ce l’ho con lei sia detto per inciso, ma sento che ho deciso e che diserterò. Per cui se servirà del sangue ad ogni costo andate a dare il vostro se vi divertirà E dica pure ai suoi se vengono a cercarmi che possono spararmi io armi non ne ho”
Boris Vian
“Piangete, ragazze del villaggio, piangete che oggi ci tocca partire, il Re ci ha chiamato alla guerra per servire la Nazione. Addio, ragazze del villaggio, addio montagne, addio villaggi, partiamo per non tornare più. Col fucile di traverso sulla schiena marceremo, rimpiangendo l’amore che abbiamo fatto nel bosco, quando con le nostre danze si faceva giorno.”
Lou Dalfin
“Io dialogavo con i miei soldati, li ascoltavo con grande interesse. Mi intimidivano. Erano disincantati, severi nei giudizi: mai trionfalisti, mai retorici. Mi aiutavano a capire, a crescere. Avevano la famiglia, avevano la casa al centro di tutto. Il loro unico sogno era una “licenza agricola”. Non mi rendevo conto di appartenere a un esercito di aggressori. Andavo a migliaia di chilometri da casa mia, ad ammazzare o a farmi ammazzare, ma per che cosa? Per la “Patria”. Ma quale “Patria”? Volevo imparare, volevo capire. Ero ignorante, ma incominciavo a interrogarmi, a scegliere, a capire. Ricordo tutto dei giorni e delle notti della ritirata, di quell’inferno. Il 20 gennaio, era il terzo giorno della ritirata, nella immensa piana di Postojali, a 25 gradi sotto zero, mi resi conto che avevo capito tutto. La nostra colonna, 30000 o 40000 uomini allo sbando, sostava da ore in attesa di ordini. Eravamo più morti che vivi. Maledissi il fascismo, la monarchia, le gerarchie militari, la guerra. Avevo capito tutto, ma troppo tardi! Ricordare e raccontare, questa la parola d’ordine che mi portai nel cuore da quell’esperienza tristissima. Sentivo nella mia coscienza il peso enorme di quelle decine di migliaia di poveri cristi, la maggior parte “contadini in divisa”, mandati a morire per niente in quella guerra maledetta. Eh, l’ignoranza, la retorica patriottarda che mascherava malamente quei misfatti! Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. I giovani devono conoscere la società in cui vivono. Guai se i giovani di oggi dovessero crescere nell’ignoranza, come eravamo cresciuti noi della “generazione del Littorio”. Nuto Revelli.
I testi che abbiamo presentato sono, secondo noi, quelli che descrivono realmente i sentimenti provati dalla povera gente mandata a combattere per servire una fantomatica Patria. Sarebbe bene che si ricordasse cosa realmente ha significato la guerra per chi l’ha vissuta sulla propria pelle, sprecandovi i propri anni di gioventù, non sapendo o non potendo opporsi. Si veniva mandati a combattere insieme ad altri poveracci, i quali condividevano la stessa condizione di miseria, ma appartenevano ad una nazione che altri avevano stabilito essere nemica. Le classi dirigenti cercavano di convincere anche i propri soldati ad odiare gente di paesi magari mai sentiti prima, tenendo però ben lontani se stessi e i loro figli dai campi di combattimento. Molti provavano a eludere la leva obbligatoria provocandosi mutilazioni, mentre altri cercavano di fuggire lontano dai campi di battaglia nonostante le pene inflitte ai disertori fossero durissime. Forse sarebbe bene che nelle commemorazioni si insistesse di più su questo, oltre al ricordo delle imprese dei morti per la grandezza della Patria. E magari si riflettesse se, di fronte al sacrificio di questi uomini, abbia ancora senso riproporre sfilate di mezzi militari e parate. Ci piacerebbe sentirci fratelli di tutti gli uomini, senza pregiudizi verso gli stranieri che abitano tra noi, perché la Terra è una ed è di tutti; vorremmo essere aperti alle altre culture e valorizzare le nostre radici, consapevoli della storia della nostra gente. Questo è il nostro patriottismo.
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