Hello world!

eccoci finalmente in rete! Il gruppo di coscienza critica canalese, dopo le faticose nottate passate ad imbrattare i muri canalesi, passa su internet,  per la gioia di tutti (o quasi).

Promettiamo solenne rispetto della sacra igiene cittadina e delle immacolate coscienze canaline.

Assicuriamo scandalo, vergogna e fastidio per i benpensanti.

Manterremo occhi vigili su quanto succede  nel nostro paese e nel mondo (o almeno ci proviamo).

Ospitiamo qualunque voce critica e malpensante che generi dibattito.

Ringraziamo ancora per l’etichetta di disadattati e per le polemiche generate in passato. Ci auguriamo di generarne di nuove.

Distinti saluti

gruppo di coscienza critica canalese

per dialogare:  alternativacanalese@libero.it

saltatempo

saltatempo… All’alba del giorno dopo partii per la città. Avevo una valigia più grossa delle altre volte. Il treno partì, era un po’ in ritardo, ebbi il tempo per riconoscere e chiamare per nome i Monti Alti, uno per uno. Poi il treno fischiò, annunciando la partenza. Mi tornò in mente una frase di Baruch, il giorno che Fefelli era statto eletto sindaco e tutti erano mogi: “C’è gente che dice che vuol lottare e poi confonde il fischio d’inizio della partita con quello dell’ultimo minuto,  e va a casa”. Guardai fuori dal finestrino. Il paese era avvolto nella nebbia della mattina, il sole cominciava a illuminarlo. Immaginai chi si stava svegliando, chi lavorava già, chi dormiva ancora e chi indugiava nel letto, a metà tra i colori dei sogni e la luce che entrava dalla finestra. chiusi gli occhi, e ci entrò il fiume…

da Saltatempo di S. Benni

E’ forse questa la condizione di chi vuole impegnarsi, resistere, lottare? Confondere il fischio d’inizio con quello della fine e abbandonare?

Ci auguriamo di no. Anzi speriamo che, oltre alla partecipazione, all’indignazione e alla reazione per quello che non va, rimanga quello slancio all’utopia e al sogno che produce impegno, passione e.

Il secondo tragico tentativo

 QUALCHE CITTADINO CANALESE PER CASO HA POTUTO LEGGERE I NOSTRI VOLANTINI CHE VOLEVANO DARE ALCUNE RIFLESSIONI SUL RADUNO DEGLI ALPINI? NO, PERCHE’ QUALCUN ALTRO LI HA SISTEMATICAMENTE STACCATI!

Riportiamo un passo da una tragedia di Sofocle che ben esprime il nostro stato d’animo.
Creonte, il tiranno che ha preso il potere nella città di Tebe, interroga la giovane Antigone sul perché questa abbia osato infrangere uno dei suoi divieti seppellendo il corpo di suo fratello Polinice, nemico della città.

CREONTE: Sapevi che c’era il divieto di fare quello che hai fatto?
ANTIGONE: Sì. Come potevo non saperlo? Era un editto pubblico.
C: E hai osato trasgredire la legge?
A: L’editto non era di Zeus, e la giustizia che sta accanto agli dei non ha mai stabilito tra gli uomini leggi come queste. Non ho ritenuto che i tuoi decreti avessero tanto potere da far trasgredire a un essere umano le leggi non scritte e immutabili fissate dagli dei. Non potevo, per paura di un uomo, rendermi colpevole di fronte agli dei.
C: Sei la sola tra i Tebani a pensare queste cose.
A: No, anche loro la pensano così, ma tacciono per riguardo di te.
C: E tu non hai vergogna a distinguerti da tutti?
A: Non è vergogna il rispetto dei propri cari.
C: Perché hai tentato di seppellire tuo fratello? L’avevo proibito.
A: Dovevo lo stesso. Era mio fratello.
C: Sapevi la sorte riservata a chi avesse osato rendergli onori funebri, chiunque fosse? Hai creduto che l’esser tu una principessa, bastava per metterti al di sopra della legge?
A: Anche se fossi stata una serva, udito l’editto, sarei uscita col grembiule per andare a seppellire mio fratello.
C: Hai vent’anni. Ascolta, tornerai in camera tua subito, dirai che sei malata, che non sei uscita da ieri. Io mi incarico del silenzio degli altri. Va’! Antigone! Dove vai? A che gioco giochi?
A: Non gioco. Bisogna che vada a seppellire mio fratello.
C: Rifarai quel gesto assurdo? Che puoi fare se non insanguinarti di nuovo le unghie e farti riprendere dalle guardie?
A: Nient’altro, lo so. Ma questo almeno posso farlo. E bisogna fare ciò che si può.

A tutti quelli che pensano che quello che facciamo sia inutile e assurdo, rispondiamo che la città è di tutti e tutti hanno il diritto di esprimere le proprie idee e dare coscienza alle altre persone. Noi sentiamo l’affissione di nostri volantini un modo efficace per trasmettere le nostre riflessioni. Tutti devono avere il diritto di potere comunicare, questo non può essere un privilegio limitato a chi ha la possibilità economica di ottenere i permessi. L’instaurarsi delle varie dittature totalitarie del secolo scorso è stata resa possibile proprio grazie all’ignoranza, alla disinformazione tra la gente e al divieto di esprimere le proprie opinioni liberamente.
Nonostante non sia una pratica consentita, non smetteremo. La nostra Costituzione ed i diritti di cui oggi godiamo sono stati ottenuti con il sangue dei nostri partigiani che hanno combattuto le leggi ingiuste del fascismo. Così noi vogliamo poter manifestare ciò che pensiamo.
Chi ha capito i problemi della società ma non cerca di risolverli, NON HA CAPITO!

LA LIBERTA DI ESPRESSIONE E’ UN NOSTRO DIRITTO E CONTINUEREMO A DIFENDERLA PER COMUNICARE AUTONOMAMENTE LE NOSTRE IDEE.
QUESTO PER NOI E VIVERE VERAMENTE IL PAESE DI CANALE ED AFFRONTARE  I SUOI PROBLEMI.

La domenica delle salme

Anche noi, in  questo giorno dedicato alla memoria di Fabrizio De Andrè, vogliamo ricordarlo attraverso una delle sue canzoni più politiche e visionarie.

Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia di orzata
dove galleggia Milano
non fu difficile seguirlo
il poeta della Baggina
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina
gli incendiarono il letto
sulla strada di Trento
riuscì a salvarsi dalla sua barba
un pettirosso da combattimento
I Polacchi non morirono subito
e inginocchiati agli ultimi semafori
rifacevano il trucco alle troie di regime
lanciate verso il mare
i trafficanti di saponette
mettevano pancia verso est
chi si convertiva nel novanta
ne era dispensato nel novantuno
la scimmia del quarto Reich
ballava la polka sopra il muro
e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutto il culo
la piramide di Cheope
volle essere ricostruita in quel giorno di festa
masso per masso
schiavo per schiavo
comunista per comunista
La domenica delle salme
non si udirono fucilate
il gas esilarante
presidiava le strade
la domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri
e le regine del ”tua culpa”
affollarono i parrucchieri
Nell’assolata galera patria
il secondo secondino
disse a ”Baffi di Sego” che era il primo
– si può fare domani sul far del mattino –
e furono inviati messi
fanti cavalli cani ed un somaro
ad annunciare l’amputazione della gamba
di Renato Curcio
il carbonaro
il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
voglio vivere in una città
dove all’ora dell’aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo –
a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile
La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
-quant’è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare –
Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz’oretta
poi ci mandarono a cagare
– voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
coi pianoforti a tracolla travestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l’Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avete voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo
La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c’erano i segni
di una pace terrificante
mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta

Alpini?sì, però…

“My friend, you would not tell with such high zest
to children ardent for some desperate glory,
the old Lie: Dulce et decorum est pro patria mori
Amici miei, voi non potete ripetere con un tale entusiasmo ai giovani ardenti per un po’ di disperata gloria, la vecchia bugia: è dolce e onorevole morire per la patria. 
Wilfred Owen, poeta inglese, morto nel 1918, combatté e morì durante la prima guerra mondiale. Con queste parole ci chiediamo se ha ancora motivo commemorare quell’epoca (e molte altre anche più attuali, come Afghanistan o Iraq) come vittoria per la nostra patria. 600.000 morti in una guerra di offesa e non di difesa, non ci sembrano un trionfo. Ci sembrano un lutto. E il nostro sindaco, sul programma della due giorni degli alpini a Canale parla di “gesta che hanno fatto grande e importante la nostra Patria”. Ha senso marciare e fare cerimonie con la stessa retorica di 60 anni fa?

“Auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise. Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani, non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l’errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima. Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio, si son sacrificati per il loro malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano.”
 

Don Lorenzo Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”

Risposta alla lettera su Gazzetta

Finalmente vi siete accorti di noi!

Pensavamo che, vista la solerzia con cui avete provveduto a strappare i volantini, non aveste fatto in tempo a leggerli. Invece, con nostra somma soddisfazione, leggiamo sulla “Gazzetta d’Alba” la lettera di Anna Maria Pagliarino indignata contro queste “persone che fanno volantinaggio”.

Come sempre ci sono alcune cose che non riusciamo a capire:

perché siamo solo noi i privilegiati ai quali vengono staccati i volantini, quando via Roma, e non solo, è occupata da locandine e annunci pubblicitari abusivi? Noi imbrattiamo e loro no?

perché sono stati rimossi anche i volantini nelle due bacheche adibite alla pubblica affissione (via Roma davanti alla Banca Regionale Europea e presso i giardini del castello)?

Abbiamo offeso qualcuno? Il nostro obiettivo è informare in modo consapevole e critico, su alcune tematiche che ci stanno a cuore. I toni, come si può notare, sono e saranno sempre pacati e corretti, i contenuti rispettosi, ma chiari. Abbiamo usato citazioni di personaggi che ci sembrano tutt’altro che offensive o “rivoluzionarie” (un poeta, un prete e un tragediografo greco), ma che richiedono una lettura attenta e consapevole.

I nostri sono punti di vista che vorremmo vedere criticati sulla base di argomentazioni serie e non di generiche accuse di codardia o di scarso senso civico. Sono i contenuti che danno fastidio o è la carta che “imbratta” il paese a offendere?

Proprio perché sentiamo nostro il paese di Canale, vogliamo esprimere la nostra opinione per essere “cittadini sovrani” come scriveva don Milani.

Voi continuate pure a strappare i volantini… ma prima, per favore, leggeteli.

 

 

Risposta al sindaco

Non vogliamo alimentare inutili polemiche, ma un paio di cose, in merito alle dichiarazioni del sindaco apparse sui giornali locali, vorremmo dirle.

Siamo contenti che Corriere e Gazzetta abbiano affrontato il tema, non per nostro vanto, ma perché così si è data l’opportunità, anche a chi non ha potuto leggere i volantini, di farsi un’idea su alcuni dei contenuti che abbiamo trattato.

A riguardo delle parole del sindaco vogliamo fare alcune puntualizzazioni:

ringraziamo la diagnosi che ci è stata fatta dal dottor Beoletto: siamo, dal punto di vista medico, dei disadattati. Felici di essere stati oggetto di un’attenta analisi medica, proveremo a curarci di conseguenza. Abbiamo fiducia nel fatto che il sindaco sa perfettamente cosa corrisponde e cosa non corrisponde alla volontà dei canalesi. Forse non tutti… Siamo ugualmente fiduciosi che il sindaco conosca benissimo le citazioni che abbiamo usato, ma non può accusarci di averle estrapolate da altri discorsi.  La poesia di Owen racconta gli orrori della guerra e i versi che abbiamo citato non sono fraintendibili o equivoci. Il brano di Don Milani è tratto da “l’obbedienza non è più una virtù”, libretto che testimonia gli atti del processo e la difesa di Don Milani dall’accusa di apologia di reato (l’obiezione di coscienza) nel 1965. Tutto il contenuto della sua autodifesa è incentrato su rifiuto della guerra, responsabilità personale e critica a un’idea di patria vecchia e dannosa. Non c’è una parola interpretabile in senso opposto, le sue tesi sono chiare. Invitiamo il sindaco a rileggere il testo, non troverà nulla di diverso dal brano che abbiamo citato. Il passo preso dall’Antigone di Sofocle invece non riguardava il militarismo ma la delicata discussione tra le leggi dello stato e la coscienza personale di ogni uomo: è il tema di tutta la tragedia, non abbiamo riportato nulla di infedele.

La nostra critica, se aveste letto bene, non è rivolta agli alpini in sé, ma all’idea che ogni gruppo militare porta: un’immagine di patria e di pace che noi crediamo distorta o quanto meno anacronistica.

Perché continua a dare fastidio il nostro anonimato? Leggete i volantini e rispondete sui contenuti che come al solito, non sono stati confutati seriamente, se non appellandosi a “valori da rispettare per tutta la gente di buon senso”.

Ringraziamo la disponibilità per un confronto con l’amministrazione, ma non ne capiamo l’utilità. I nostri temi esulano dalle problematiche pratiche che deve affrontare un sindaco.

 

Ringraziamo giornali e sindaco per l’inattesa visibilità.

Ringraziamo chi continua a strappare i nostri volantini “abusivi”, compreso l’ultimo che riportava un’analisi di Nuto Revelli che non capiamo come possa aver urtato gli altrettanto anonimi “moralizzatori dei muri”.

Ringraziamo chi invece ha potuto leggere i nostri punti di vista e magari farsi delle domande.

Ovviamente torneremo sui muri. Gli spunti interessanti, nella nostra realtà locale, non mancano.

 

 

Patria?

“In piena facoltà egregio presidente le scrivo la presente che spero leggerà. La cartolina qui mi dice terra terra di andare a far la guerra quest’altro lunedì. Ma io non sono qui egregio presidente per ammazzar la gente più o meno come me. Io non ce l’ho con lei sia detto per inciso, ma sento che ho deciso e che diserterò. Per cui se servirà del sangue ad ogni costo andate a dare il vostro se vi divertirà E dica pure ai suoi se vengono a cercarmi che possono spararmi io armi non ne ho”

Boris Vian

“Piangete, ragazze del villaggio, piangete che oggi ci tocca partire, il Re ci ha chiamato alla guerra per servire la Nazione. Addio, ragazze del villaggio, addio montagne, addio villaggi, partiamo per non tornare più. Col fucile di traverso sulla schiena marceremo, rimpiangendo l’amore che abbiamo fatto nel bosco, quando con le nostre danze si faceva giorno.”

Lou Dalfin
“Io dialogavo con i miei soldati, li ascoltavo con grande interesse. Mi intimidivano. Erano disincantati, severi nei giudizi: mai trionfalisti, mai retorici. Mi aiutavano a capire, a crescere. Avevano la famiglia, avevano la casa al centro di tutto. Il loro unico sogno era una “licenza agricola”. Non mi rendevo conto di appartenere a un esercito di aggressori. Andavo a migliaia di chilometri da casa mia, ad ammazzare o a farmi ammazzare, ma per che cosa? Per la “Patria”. Ma quale “Patria”? Volevo imparare, volevo capire. Ero ignorante, ma incominciavo a interrogarmi, a scegliere, a capire. Ricordo tutto dei giorni e delle notti della ritirata, di quell’inferno. Il 20 gennaio, era il terzo giorno della ritirata, nella immensa piana di Postojali, a 25 gradi sotto zero, mi resi conto che avevo capito tutto. La nostra colonna, 30000 o 40000 uomini allo sbando, sostava da ore in attesa di ordini. Eravamo più morti che vivi. Maledissi il fascismo, la monarchia, le gerarchie militari, la guerra. Avevo capito tutto, ma troppo tardi! Ricordare e raccontare, questa la parola d’ordine che mi portai nel cuore da quell’esperienza tristissima. Sentivo nella mia coscienza il peso enorme di quelle decine di migliaia di poveri cristi, la maggior parte “contadini in divisa”, mandati a morire per niente in quella guerra maledetta. Eh, l’ignoranza, la retorica patriottarda che mascherava malamente quei misfatti! Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. I giovani devono conoscere la società in cui vivono. Guai se i giovani di oggi dovessero crescere nell’ignoranza, come eravamo cresciuti noi della “generazione del Littorio”. Nuto Revelli.
 

I testi che abbiamo presentato sono, secondo noi, quelli che descrivono realmente i sentimenti provati dalla povera gente mandata a combattere per servire una fantomatica Patria. Sarebbe bene che si ricordasse cosa realmente ha significato la guerra per chi l’ha vissuta sulla propria pelle, sprecandovi i propri anni di gioventù, non sapendo o non potendo opporsi. Si veniva mandati a combattere insieme ad altri poveracci, i quali condividevano la stessa condizione di miseria, ma appartenevano ad una nazione che altri avevano stabilito essere nemica. Le classi dirigenti cercavano di convincere anche i propri soldati ad odiare gente di paesi magari mai sentiti prima, tenendo però ben lontani se stessi e i loro figli dai campi di combattimento. Molti provavano a eludere la leva obbligatoria provocandosi mutilazioni, mentre altri cercavano di fuggire lontano dai campi di battaglia nonostante le pene inflitte ai disertori fossero durissime. Forse sarebbe bene che nelle commemorazioni si insistesse di più su questo, oltre al ricordo delle imprese dei morti per la grandezza della Patria. E magari si riflettesse se, di fronte al sacrificio di questi uomini, abbia ancora senso riproporre sfilate di mezzi militari e parate. Ci piacerebbe sentirci fratelli di tutti gli uomini, senza pregiudizi verso gli stranieri che abitano tra noi, perché la Terra è una ed è di tutti; vorremmo essere aperti alle altre culture e valorizzare le nostre radici, consapevoli della storia della nostra gente. Questo è il nostro patriottismo.

 

 

 

Immigrazione

“… Non ci sono stati dati un cuore perché ci odiassimo, mani perché ci sgozzassimo; non odiamoci, non straziamoci a vicenda! Che ci si possa tra noi uomini aiutare vicendevolmente; che le differenze che ci sono fra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, fra i nostri imperfetti linguaggi, fra tutte le nostre ridicole usanze, fra tutte le nostre leggi imperfette, fra tutte le nostre opinioni insensate, fra tutte le nostre condizioni così disparate ai nostri occhi, non siano segnacoli di odio e di persecuzione! Possano tutti gli uomini ricordare che sono fratelli!” Voltaire
Riteniamo il reato di clandestinità una legge che pone restrizioni e limiti inaccettabili alla libertà ed ai diritti di ogni uomo: ciascuno deve essere libero di spostarsi e di viaggiare in questo mondo che è di tutti. Nessun popolo può sentirsi padrone di un’area solo perché le ha posto artificialmente dei confini ed ha deciso che è sua., mentre poi nella nostra società i grandi capitali di denaro sono liberi di muoversi da una parte all’altra del globo. Voler negare l’immigrazione vuol dire negare uno degli aspetti dell’esperienza umana che ha accompagnato l’uomo in tutta la sua storia: fin dalla preistoria infatti i popoli si sono sempre spostati. Partendo dall’Africa, che gli antropologi indicano come la sua area d’origine, l’uomo ha raggiunto tutte le regioni del mondo. Esaminiamo quindi la storia dell’area piemontese: i primi abitanti furono popolazioni liguri, non indoeuropee, successivamente colonizzate ed assimilatesi ai Celti, e questi ultimi furono a loro volta sconfitti dai Romani (che portarono il loro sistema amministrativo e la loro struttura statale). Questa terra è stata poi conquistata dalle popolazioni germaniche di Longobardi e Franchi, per passare poi sotto la casata dei Savoia, originaria della Francia centro-orientale. La religione cristiana professata dalla maggioranza della popolazione è nata in Palestina e un grande contributo alla sua diffusione in occidente è stato dato dalla predicazione di Paolo, a sua volta di origine israelita. Nessuna società è mai stata immune dal ricevere influssi dall’esterno: nessuna tradizione è mai rimasta immobile, ma in continuo mutamento. Prima di criticare le culture delle altre società è bene poi esaminare il comportamento tenuto nel corso dei secoli da parte della civiltà europea, che molti indicano come superiore, nei confronti delle altre popolazioni del mondo: per buona parte questo ha coinciso con la colonizzazione delle altre aree terrestri, con lo sterminio degli abitanti autoctoni (dai pellerossa americani, agli indios del Sud-America, agli aborigeni australiani…), con l’istituzione di governi coloniali repressivi volti allo sfruttamento più avido e insaziabile delle risorse materiali presenti sul territorio, con la distruzione del sistema di relazioni culturali preesistenti, introducendo logiche capitalistiche e sovvertendo gli ecosistemi naturali… Tuttora le grandi multinazionali continuano a sfruttare i giacimenti minerali e le materie prime di molti dei Paesi più poveri, portando avanti un sistema di neocolonialismo che affama questi Stati, anche dopo che questi ultimi sono riusciti, spesso dopo aspre e sanguinose battaglie, ad ottenere la propria indipendenza. È chiaro quindi come in tanti dalle aree più povere tentino di sfuggire a tali condizioni di miseria emigrando nei paesi più ricchi. Le leggi vigenti nel nostro paese tendono però a giustificare la presenza dell’immigrato solo in quanto lavoratore, escludendo da questa visione ogni dimensione personale. Intanto i nostri capi di governo intrattengono relazioni amichevoli con esponenti di Stati, come America o Russia, nei quali rispettivamente non è garantita libertà di stampa e i prigionieri politici vengono torturati (tra l’altro gli Americani hanno chiesto il permesso agli Iracheni prima di invadere il loro Paese con falsi pretesti come quello della presenza armi di distruzione di massa mai trovate?). Ma i più aperti sembrano essere i nostri imprenditori che aprono succursali nei Paesi dove il lavoro costa meno, chiudendo stabilimenti in Italia, mentre le punte di xenofobia si hanno in quelle zone, come il Veneto, nei quali l’impiego di manodopera straniera, in buona parte irregolare, è ormai divenuto indispensabile per far andare avanti l’economia. Le leggi sembrano comunque essere piuttosto morbide con i datori di lavoro che sfruttano gli immigrati irregolari, sottopagati e senza alcuna garanzia. E gli stessi ministri che firmano queste leggi si dicono cattolici, quando la predicazione evangelica era rivolta a tutti, anche a quegli stranieri, come i Samaritani, che erano malvisti a Gerusalemme. Insomma, direi che tutto questo basta a mostrare quanto le pretese posizioni razziste della politica siano ridicole ed incoerenti. Ma forse era già così evidente a qualsiasi cittadino un po’ attento che non era necessario questo volantino per dimostrarlo, no?
Gruppo di Coscienza Critica “Disadattata ma non Disattenta” Canalese